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Leoni custodi di templi asiaticiDa dove provengono i modelli dei leoni custodi ?

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Leoni custodi di templi asiatici

Nei paesi dell’Asia buddista, davanti ad ogni porta di tempio o di edificio pubblico, talvolta anche privato, appaiono figure di custodi collocate ai due lati dell’entrata.

Tali figure vanno sempre per paia e hanno per funzione di cacciare gli spiriti nocivi.

La maggior parte rappresentano animali mitici – draghi, naga, leoni, ecc. – talvolta anche esseri umani.

Simbolismo

Il leone è un simbolo sacro che rappresenta la monarchia in numerose culture antiche, dall’Egitto ai Greco-romani, dalla Persia all’India.

La figura del leone custode viene dall’India dove, per molto tempo, il leone viveva allo stato selvaggio fino nelle regioni orientali del paese, ai confini della Birmania.

La figura del leone e il buddismo

Verso l’anno 250 avC, l’imperatore indiano Ashoka aveva fece porre sul sito buddista di Sarnath, dove Buddha aveva tenuto il suo primo sermone, un capitello scolpito in pietra, rappresentante quattro leoni, in cima a un pilastro. Il pilastro è restato al suo posto, ma il capitello cadde per terra ed è oggi conservato nel museo di Sarnath. L’India moderna ha ripreso come emblema nazionale la scultura dei quattro leoni di Ashoka, segno del suo rispetto della tradizione.

Oltre alla dignità reale, il leone è associato anche al bramanismo, dove appare come incarnazione di Vishnu e di Buddha. Difatti, quando era ancora il principe Siddharta Gautama, membro del clan guerriero degli shakya, imparo’ le arti marziali (in pali simhavikridatta o competenza dei leoni), ove il simhanada o ruggito del leone rappresenta le posture offensive e difensive di quei felidi. Era allora d’uso applicare il termine sanscrito simha (leone) alle stirpi dei guerrieri.

Il nonno di Siddharta Gautama portava il soprannome Simhananu ovvero leone dell’affidabilità. Crescendo, Siddharta Gautama verrà soprannominato leone degli Shakya, oppure Shakyamuni o saggio del clan degli Shakya. Più tardi, diventato Buddha dopo essere asceso all’Illuminazione, verrà chiamato anche Buddha Shakyamuni e sarà rappresentato seduto su un trono con accanto un fiore di loto e attorniato da quattro leoni, orientati verso i punti cardinali.

Nell’Asia del Sud-est, le rappresentazioni culturali ed il rispetto verso il leone provengono dall’influenza della cultura indiana, particolarmente attraverso il simbolismo bramanico e buddista. La figura del leone custode è stata rapidamente adottata nelle sculture di quella regione.

Origine del modello cinese

L’habitat dei leoni asiatici si estendeva una volta dal Medio Oriente all’India orientale. Ne restano oggigiorno pochi esemplari raggruppati nel Parco naturale Gir del Gujarat (India del Nord-ovest).

Nei secoli VII-XV, all’epoca degli scambi commerciali tra Asia occidentale, Asia del Sud-est e Asia orientale, dei leoni vivi o delle pelli di leoni furono trasportati dall’Asia occidentale fino in Cina. Sappiamo che l’espressione cinese per designare il leone, shir, ha le stesse radici etimologiche di sciar, il nome del leone in lingua iraniana.

Nel Tibet, il nome di do-khyi, un’antica razza di molossi adoperata dai pastori nomadi del Himalaya, significa letteralmente “cani di porta” perchè furono i cani da guardia tradizionali dei monasteri tibetani. Un’altra razza canina di più piccole dimensioni, detta apso, ha verosimilmente servito da modello al mitico cane delle nevi. Per secoli questi cani tibetani sono stati esportati in Cina.

La Cina ha dunque ricevuto degli apporti dall’Asia occidentale (Iran, India) e dal Tibet. Tuttavia, non potendo tenere leoni autentici nelle regioni settentrionali dove si trovava la capitale, gli imperatori presero l’abitudine di circondarsi di cani tibetani o cinesi il cui l’aspetto poteva ricordare l’aspetto del leone. Dal XII secolo in poi, a causa del loro pelo irsuto, tali cani venivano chiamati cani leoni, shih-tzu kou. In seguito, i cinesi applicarono lo stesso nome a tutti i cani dal pelo lungo, di origine cinese o straniera, grandi o piccoli. Ciò vale anche per il cane detto “pechinese”, dai tratti leonini nonostante la sua taglia ridotta.

In breve, i modelli leonini da cui la scultura cinese si ispirò, avevano inizialmente un fondo reale, ma si trasformarono poi in modelli di seconda mano o addirittura mitici; più tardi la figura del cane leone vi si aggiunse per dare nascita a creature ibride.

In Cina, la prima descrizione di leoni custodi risale al III secolo avC sotto la dinastia Han. A partire dalla Cina, nella scia della diffusione della religione buddista, i leoni arrivarono in Corea, nel IV secolo dopoC, ed in Giappone, nel V secolo dopoC.

In Giappone li chiamarono shishi (leone di pietra), ma furono sostituiti più tardi in gran parte dai cani leoni chiamati komainu (cani coreani).

Diffusione nell’Asia del Sud-est

Si è visto che la figura originale del leone proviene dall’India, dove il felino era presente da tempo.

Nell’Asia del Sud-est invece, anche se furono dappertutto rappresentati nell’arte antica – dalla Birmania a Giava, e dalla Cambogia alla Tailandia –  i leoni non furono mai degli animali indigeni.

L’indianizzazione di questi paesi, cominciata prima dell’era cristiana, la loro conversione al bramanismo poi al buddismo ha introdotto e potenziato il simbolismo del leone.

L’esame delle diverse rappresentazioni del leone in Asia del Sud-est c’insegna che, visualmente, non sempre ebbero un aspetto leonino molto affermato, ma somigliarono spesso  a delle creature ibridi.

La rappresentazione scultorea del felide non poteva essere in stile naturalista come presso i loro omologhi indiani, greci o persiani, che potevano basarsi su dei leoni autentici; gli scultori dell’Asia del Sud-est dovettero invece basarsi su modelli di seconda mano oppure sulla loro immaginazione; ciò spiega la diversità degli stili artistici.

Più tardi, con lo sviluppo degli scambi commerciali, vennero ad aggiungersi alle statue d’origine anche i cani leoni cinesi visti sopra.

Il leone, dal sanscrito simha, è il simbolo dei singalesi dello Sri Lanka. A titolo d’esempio, il portale d’entrata della roccia di Sigiriya, del V secolo dopoC, era custodita da un enorme leone in pietra di cui oggi sono visibili solo le zampe.

A Borobodur, grande tempio buddista nell’isola di Giava, 32 statue di leoni in pietra custodiscono le quattro entrate principali.

In Cambogia, delle statue di leoni che ne fiancheggiano le porte o le vie di accesso sono generalmente presenti nei templi (Angkor Wat, Bayon, ecc.).

In Tailandia e nel Laos, una coppia di statue leonine sono spesso poste davanti alle porte dei templi, dove hanno funzione di custodi. L’espressione tailandese singh (leone) è derivata da simha; il termine singh è altresi’ presente nei nomi di vari personaggi storici illustri.

Nel Myanmar, delle statue leonine chiamate chinthe custodiscono gli stupa ed i templi buddisti.

La scultura del Champa è conosciuta per le sue belle immagini di animali, reali o mitici, come gli elefanti, i leoni e i garuda.

Durante l’era moderna, il leone a coda di pesce o merlion, derivato dal nome dell’isola, in sanscrito Simhapura o “città del leone”, è diventato il simbolo di Singapore.

I leoni custodi del Museo nazionale di Bangkok

Il Museo nazionale di Bangkok possiede leoni custodi di quattro stili differenti provenienti tutti dall’Asia del Sud-est.

Innanzitutto, una coppia di leoni cinesi scolpiti in pietra si trova collocata sui due lati delle scale d’accesso all’ala Sud. Si racconta che le paranze commerciali cinesi che facevano strada verso il Siam, caricavano come zavorra dei grossi blocchi di pietra. Degli scultori presenti su questi navigli avrebbero avuto l’idea di scolpire i blocchi creando dei leoni. Una volta arrivati nel Siam (Ayutthaya, Bangkok), vendevano le loro opere sul posto; i siamesi, che apprezzavano queste sculture, si misero ad adoperarle come custodi di templi. Questi cani leoni sono sempre disposti per coppie. La femmina rappresenta lo yin e il maschio lo yang. Il leone maschio pone la sua zampa anteriore su una palla. La femmina porta un leoncino che rappresenta il ciclo della vita. Certi leoni portano nella loro bocca una pallina, scolpita nella massa e non asportabile.

Due altri leoni, di stile khmer, sono disposti davanti all’entrata verso il primo piano dell’ala Sud. Anche questi leoni sono di origine mitica; tuttavia, se i leoni cinesi si tengono sulle quattro zampe e hanno un aspetto canino, i leoni khmer sono in posizione seduta, esibiscono una criniera e hanno il porto fiero ed eretto pur mostrando i denti.

Il terzo paio di leoni, proveniente da Indrapura (1), nel Champa  (2), è esposta sulla galleria, alla sinistra della porta d’entrata della Sala asiatica; si tengono sulle loro zampe posteriori, mostrano i denti e hanno un aspetto piuttosto minaccioso.

La quarta e ultima coppia di leoni si trova nella Sala giavanese, proviene da Borobodur (3) ed è un regalo dell’amministrazione coloniale olandese a re Chulalongkorn. Queste fiere, dall’aspetto poco aggressivo anche se mostrano i denti, sembrano tendere la zampa sinistra allo spettatore.

L’insieme di questi leoni custodi è scolpito nella pietra, ma esistono anche sculture in bronzo e in ferro.

Le quattro paia di leoni custodi sopra descritti, provenienti dagli stati indianizzati dell’Asia del Sud-est, si ispirarono alla conoscenza indiretta che gli artisti avevano di quei felidi e costituiscono una rassegna rappresentativa della diversità di stile delle sculture.

 


(1) Indrapura, capitale di un principato del Champa nel secolo IX, sita nell’attuale Viet Nam e chiamata oggi Da Nang

(2) Il Champa era una federazione di principati di origine malese, sita lungo la costa centro-sud dell’attuale Viet Nam, assorbita progressivamente dai vietnamiti nella loro marcia verso il Delta del Mekong

(3) Situata nell’isola di Giava (Indonesia), Borobodur è conosciuta come il più gran tempio buddista del mondo


 


 

Cosimo Nocera è storico e guida del Museo nazionale di Bangkok. Ha vissuto e lavorato in Italia, Svizzera e in America andina (Perù, Ecuador e Bolivia). Dopo un lungo soggiorno in Asia del Sud-Est, vive attualmente in Svizzera francese.

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